Una lama nel paesaggio

di Michela Frontino

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Le immagini che osservate sono la rappresentazione iconografica dell’interruzione di un dialogo tra l’uomo e l’ambiente naturale, tra una comunità e il suo paesaggio, tra gli abitanti di Ginosa e la gravina che abbraccia la loro città con i suoi insediamenti rupestri risalenti a circa 60mila anni fa quando per la prima volta è stata abitata. È tra quelle grotte che Pasolini ha girato alcune scena del film “Il Vangelo secondo Matteo”. Ma dal 7 ottobre 2013, quel patrimonio è diventato prima inaccessibile e poi disabitato. Una enorme alluvione ha portato via sentieri e case e oggi la gravina sta lì quasi a rappresentare con i suoi percorsi sinuosi la ferita vivente della lacerazione vissuta da una comunità di persone.

Nelle fotografie i ritratti provenienti dagli album di famiglia degli abitanti di Ginosa vengono innestati sulle immagini della gravina di oggi. Ma se di solito la memoria collettiva crea connessioni tra eventi anche slegati tra di loro per costruire una narrazione che colmi i vuoti di senso e racconti il presente come eredità del passato, in questo caso le voci degli abitanti, espresse dalle foto di famiglia, evidenziano cesure.

Le foto sovrappongono presenti culturali appartenenti a momenti diversi (lo ieri contadino e l’oggi segnato da un dialogo interrotto) che nel loro stare insieme plasticamente nella stessa immagine segnalano una frattura del tempo. E sottolineano l’improvviso abbandono di un ambiente che sembra cessare di essere un luogo per diventare spazio non riconosciuto e assumere la dimensione di territorio dell’incertezza. Uno spazio in cerca di semanticità.

È esemplificativo da questo punto di vista quanto scritto sul retro di una delle foto selezionate: “Non mi disprezzate che sto molto male. [Ricordo del giorno 18.8.40]”. Ricordo intimo e familiare che però nella sequenza fotografica si fa rappresentazione collettiva del presente.

La composizione delle immagini restituisce la crisi di un luogo in agonia che assume la forma di un universo che può essere già morto, in cui le cose stanno irrigidite nei loro limiti senza significato, senza un oltre, senza – per dirla con De Martino in La fine del mondo – “quell’orizzonte relazionale, quella domesticità inter-soggettiva che li rende ambiti di un mondo culturalmente esperibile, in cui tradizione e iniziativa, memorie e scelte si compongono in vita dialettica”.

Le foto ritraggono in altre parole la crisi di una relazione con il paesaggio che sembra presagire la fine di un mondo perché nel momento in cui i luoghi che abbiamo intorno perdono significato e quindi valore va in crisi lo stesso nostro trovarci in quello spazio e in quel mondo.

Che succede a uno spazio se cessa di essere luogo? Se viene escluso dalla propria figurabilità degli spazi consueti e di quello che percepiamo come casa? Se diventa zona muta? Se non è più immaginato come parte integrante di un territorio? Se non è più tappa dei nostri itinerari abituali?

Davanti abbiamo due strade che sono poi il discrimine tra la fine del mondo e la fine di un mondo, tra uno spazio che non esce dalla crisi e resta irrelato e uno che trova riscatto in un nuovo inizio e per nuovi utilizzi. In un caso, la gravina rischia di diventare lo spazio dell’altrove, dell’alieno, della disumanità, dove annidare lo sconosciuto, il non-addomesticato, tutto ciò che può costituire il non-cittadino, quello che non si può dire, non si può toccare, mondo di valori rovesciato, possibile agente di contagio. Lo sconosciuto e pertanto non pensabile e da non frequentare. Oppure può essere ancora uno spazio indeciso ma aperto al riscatto, pronto all’inaugurazione di un nuovo mondo, di nuovi utilizzi, di nuovi significati.

Tutte queste immagini ci pongono, dunque, di fronte a un bivio: siamo davanti a un mondo già finito o a uno che può trovare un nuovo inizio? Le foto delle mani che stringono selci e pietre ci raccontano che può esserci una ripresa. È in quelle mani la scintilla del riscatto, sono quelle mani che sembrano dirci che non è finito il mondo, ma c’è un luogo che può e sta per trasformarsi in altro. Sempre vivo (Angelo Romano).