GENII LOCI VOCES – VOCI DI MONUMENTI UMANI

di Marco Cardetta

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Rielaborazioni poetiche (da interviste) di Marco Cardetta. Piccoli medaglioni di persone ancora sopra la collina, voci vive forti, inattuali; Spoon River vivente e “vegetale” (nell’accezione di Stefano Mancuso), di persone notevoli della Murgia, per un immemoriale del presente.

1. Valentino Dibenedetto/humus


ritornare a la
forma d’acqua, in pozzo
di luna – in corno – letame:
in-spersi fermenti.
A Tafuri e sotto: firmamenti.


e non aro non spacco
nel sole del giorno il sotto
suolo – di case – lumache
lombrichi batteri –
case formiche,
di tane di talpe, invecchiate
sotto milioni di soli:
humus – vera casa d’homo strisciante
humus vera domus,
humus homini domus.

Homo homini lupus
est l’technicus homo
inquinante: spacca
rompe diserba caca
del suo culo industriale
già morte quasi già
masticate vivande, malate.

A Tafuri, al contrario
ritornare – a l’acqua –
in lago di falda, di radici
di sulla – scavato – e canne
– fatto pioggia a’ gelate
– e scappo, all’oscuro,
sott’al tempo e avanti –
ricerco la luce;
et lieviti levati all’uve,
et di striscianti rampicanti vite sciolte
in mosto–vivo vino, venendo –
in non filtrato fecciolino –
in viva vivanda da vivo humus,
invecchiato sub sole meliore
di scarto in scarto, di morte
in vita – sacra bevanda –
da l’acqua (in) forma
bambina – ritornando:
a Tafuri e sotto: tramonti
di sulla e vinaccia.

2. Angelo Passalacqua/nomi


non dò nome a le rose –
o a la barba di becco,
violetta – che cresce
se cresce,
o a la scorzonera –
e neanche al castagno
d’affiorata roccia di Murgia –
… e cresce… così…


non dò nomi a le rose
e a l’erbe odorose
d’issopo – d’origano Grecia
e di Libano – sparso,
tra i cardoncelli – l’odore
– nell’aria, d’erba persiana –
o la dici maggiorana? –
sparso anche il timo, maggiore – l’avverti?
E il bianco e il serpillo – serpoddo
dal fiore rosso, e il rosmarino,
e li panico misto all’assenzio.
E le hai viste le più mistiche piante?
Al dragoncello ti porto per mano,
all’artemisia – !lo so di che odora! –
e ovunque, margheritoni,
e camomilla, calendula, e farinello.
E oliva bianca – detta del crisma –
sant’olio d’estrema unzione –
che brucia e fumo non fa – e là
il crisantemo – che non è morte, ma sole –
e più in là, radice di luce – batatas, dioscorea.

No, non dò nomi a le rose
non odoran lo stesso?
E perciò, tu non darmi
questo stupido nome:
Adamo?! Non chiamarmi
nemmeno Manicone
Francesco – nonno, d’infanzia
perduta – a la cerca – su la Murgia
di roccia – di perastri – di vecchi pastori
in cammino – e, maturato negli anni,
non più ritrovati: gl’ho innestati
così, alla maniera pastora –
allargando le branche –
a più varietà, su stesso tronco, di pero,
di fico – dottato, verdesca, rigato, o panascè,
brigiotto gentile troiano portoghese
matalone San Piero e il verdino, verdone,
o masciale columbraro lattarulo, o quello detto canuto,
vrazzolo, di Trani, Terlizzi e Polignano,
d’Egnazia e Pisticci, fiorenti ciascuno a suo tempo.

Ora, come lo chiami tu un fico,
che ha sul suo tronco, venti
e più varietà?
Fico kalì?

O dea-fico-kalì – proteggici tu
dalla monomania della monocultura!

Fico kalì, dea distruttrice
allarga i tuoi rami al cielo,
madre matrigna suprema di varietà,
lingua fiammante, distruggi
e rinnova – fico kalì danzante
tra gl’astri!
… in quest’ora di punteggio perdente…

E nere albicocche ho innestato,
e prugne anche nere, e cachi minuti.
E melo, financo mela renetta,
e selvatico melo, fiorisce – guarda – più bianco,
tra l’origano lì. E finanche il castagno –
d’affiorata roccia di Murgia!
… e cresce se cresce…

… fico kalì aiutaci tu!

E ficodindia, fresca verzura insalata –
e in mezzo, carciofo selvatico, e nera cicoria,
tra melograno di Siria, Alteria e Cartagine.
Ed ecco più in là il nocciolo contorto:
spuntato in natura spontaneo nel 1680:
cremisi i fiori e giada.

… fico kalì aiutaci tu!

Non dò nomi a le ciliegie
innestate… a la bianca moscatella,
più dolce del dolce, e a la corniola…
di polpa più dura, immune a la mosca…
né a quella di maggio, né a quella più nera…
o a quel ciliegio, che fiorisce continuo
– diverso, mese per mese…

… fico kalì aiutaci tu!

non è forse dio un molteplice?
Perché non dovremmo innestare così?
(… l’insegno e lo fa pure il bambino
– spago, cera e piccola
roncola – innesto teofrasto, nel cambio…)

Spaccava le pietre – bracciale
nonno Francesco, su la Murgia –
e in Istria, in guerra – in trincee – e scampato,
ancora su la sua pezza assegnata: le Quite.
Non spacco più pietra – murgia su murgia –
origine d’acqua e minerali, non le svello
nemmeno dal grano, perciò non chiamarmi
Manicone Francesco.

E non chiamarmi nemmeno Filomelo
sacro inventor d’aratro:
con questo da me costruito – aro
gentile, scarso incisivo – su la terragna scura
di Murgia – e non spacco – e semino a sodo:
e roto, coi ceci neri, e lisci e bianchi,
e anche sotto gli ulivi – e senapi nere, e lupini
e cicerchie, ah – e di ceci verdi – sparse
di-semi-nate nell’aria – cicorie, quante cicorie,
tra le cipolle. E nere patate, lenticchia
Soleto, e veccia, e fava – di Santorini –
e piselli.

E il metodo è ancora: spunta
se spunta, cresce
se cresce – se è adatta
a la terragna… crescerà,
di-semi-nata – sparsa, nell’aria…
semenza…


ora, come tu le chiami ‘ste piante
incontrollate – in scambio
continuo tra piante?
… con la loro terragna si scambiano
con la roccia a fianco, con l’acqua
e con questa solagna…
che non dovresti tu chiamarle
semplicemente: Murgia?


e ritornano, le semenze di-semi-nate
scambiate – da la tramontana – accoppiate –
o da le mani nipoti – dell’emigrante
partito a l’America – per fame…
là… cresce ora questo dorico
(tipico?) fagiolo…

No, non chiamarmi Filomelo
sacro inventor d’aratro – richiamato al cielo
in forma Bifolco, d’Arturo –
stella prima che sorge prima d’estate,
con Spica nel grano.

Per uno che guarda le stelle
puoi chiamarmi Talete, se credi.
Qualcuno mi chiama così,
filosofo primo, e contadino.
Guardava le stelle, Talete –
morì, inciampando in un pozzo.
Per dir dei filosofi: strani…
Questo vuoi dire?

Talete però in annata abbondante
– previde acquistò dei frantoi, e torchi,
e mole – e fece fortuna,
lo chiami coglione?
Filosofo vero è chi guarda l’insieme
del mondo, guarda lontano.
Puoi dir che son vecchio eppure son nuovo,
con questi di-semi-nati sparsi nell’aria –
filosofo vero, non è chi pianta per sé,
ma per il nipote.
Ecco in fine, guarda – questo nocciolo,
piantato: non ne ho visto il bocciolo,
e non lo vedrò. Così.